Merry Sloughis a tutti!

2sloughi-nel-desertoAuguri a tutti voi appassionati di questo splendido cane…Buon Natale e un sereno 2014….carico di Sloughi!!!

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Cuccioli Sloughis

mariana

Sono nati il 25 novembre 2013…il papà è il Multi Ch Bersheba’s  Wakor, papà del mio Jhna e la mamma è Balqis Youssra Siham Sahara dell’allevamento di Mariana Raposo a El Jadida. Sei maschi mantello nero focato e due femmine fulve carbonate.

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Lo Sloughi: la Storia.

stelesloughi_1Nella regione che noi chiamiamo Maghreb, parola che deriva dall’arabo e designa il luogo dove il sole tramonta, le popolazioni utilizzano dei levrieri per la caccia da migliaia di anni. Le prime prove di questa utilizzazione si trova nei petroglifici di scene di caccia con dei cani di Tassili n’Ajjer, al sud dell’Algeria, che risalgono alla fine del VI° millenio A.C.; altri levrieri, più sottili, si ritrovano nelle pitture rupestri della stessa regione che risalgono al II° secolo A.C. Nel periodo romano, la rappresentazione di questi levrieri, che i romani chiamavano Vertragus, era presente negli innumerevoli mosaici delle ville e delle fattorie, nella Tunisia romana. Uno dei migliori mosaici datato III° secolo D.C., è stato scoperto a El Djem, tra le rovine della città antica di Thysdrus. E’ interessante notare che un levriero nero quasi identico si ritrova in un mosaico situato sul Monte Nebo, in Giordania, fatto che suggerisce come i romani utilizzassero lo stesso tipo di levriero in tutti i loro territori africani del nord e del Medio Oriente. Più tardi, nel IV°-V° secolo, i mosaici tunisini sono sovente più grossolani, ma presentano sempre chiaramente dei cani da caccia similari, che si ritrovano anche negli edifici romani in Siria e in Giordania. Un illustrazione di Kitâh al- Hayâwân (Il Libro degli Animali), scritto da Al-Jahiz in Irak, dimostra che nel X° secolo, gli artisti impiegavano sempre le stesse linee fluide di un levriero che era descritto chiaramente in arabo come un Salüqï . Dopo l’introduzione dell’Islam nel Maghreb, alla fine del VII° secolo, gli sceicchi arabi e i loro seguiti, in primis quelli della tribù Bani Hilal, arrivarono dall’Arabia probabilmente accompagnati dai loro levrieri che si chiamavano anche’essi Salüqï. Non è dato a sapere se i loro levrieri erano simili a quelli che trovarono nel Maghreb. Quello che è sicuro, è che con l’arabizzazione delle popolazioni indigene del Maghreb, Salüqï è il nome con cui erano conosciuti i cani da caccia. Salüqï è una parola ereditata dagli arabi preislamici d’Arabia. Il termine è menzionato per la prima volta nella letteratura araba in un poema del VI° secolo. La sua origine è oscura. La tradizione araba vuole che derivi da Salûq, una città antica dello Yemen, situata nelle vicinanze della moderna Ta’izz; secondo le regole grammaticali dell’arabo, questa parola designa una persona o una cosa appartenente a quella persona e non ha il senso generico del levriero, ma il Prof. Rex Smith, nel bollettino della “Scuola Orientale e Studi Africani“, ha avanzato l’ipotesi convincente associandola all’Impero seleucide che, dal IV° secolo A.C. sino al I° secolo D.C., copriva l’attuale Siria e l’Irak.SLOUGHITUNISIA In arabo, seleucide si traduce con Salûqî. Comunque siano i fatti e che in tutto il mondo arabofono e sino ai giorni nostri, gli arabi utilizzano la parola Salûqî nella letteratura per descrivere i loro cani da caccia. Il nome ha dato luogo a numerose discussioni in Occidente, che si sono ribaltate sovente in dispute accese, in ragione di interpretazioni divergenti del termine arabo originale: chiariamo il concetto. Per gli Occidentali, la difficoltà proviene dal fatto che l’arabo è molto diverso nella sua forma scritta da quella parlata o, piuttosto, le sue forme parlate, perchè esistono numerosi dialetti. Se tutti gli arabi scrivono Salûqî (m), Salûqîyya (f) e Salaq o Sulqân (pl) esattamente nella stessa forma e lo leggono in maniera identica, la pronuncia differisce molto nell’uso quotidiano. La prima vocale si elide e la lettera “qâf” diventa “gâf” e dona “Sloo-gui” (m), “Sloo-guiyya” (f) e “Slaag (pl), anche se il plurare puo’ contenere diverse forme. Quando ascoltarono queste parole, molti occidentali che non avevano sovente grande conoscenza dell’arabo tentarono di trascrivere quello che udivano o credevano di intendere, utilizzando l’ortografia inglese o francese. Questo spiega perchè, alla fine del XIX° secolo e al debutto del XX° secolo, quando i coloni britannici e francesi entrarono in contatto con dei levrieri, donarono loro dei nomi differenti con delle ortografie differenti. Gli inglesi in primis adottarono diverse ortografie. Per esempio, nel suo libro sull’oasi di Siwa dove viveva, nel deserto occidentale vicino alla frontiera libica, Charles Belgrave designo’ i suoi levrieri frangiati con la parola Silugi. Altri adottarono Seleughi, Slughi, Salugi, Sluqi e Sloughi, ma i fondatori del club della razza in Gran Bretagna si accordarono su Saluki, mentre i francesi optarono per Slougui o Sloughi, che poi divenne definitivo. La loro scelta, secondo gli anglofoni, è discutibile, perchè le lettere “gh” non sono normalmente usate per transilettare la lettera araba “qâf“, ma si usa piuttosto una lettera completamente diversa, “ghayn“, come, ad esempio, nel Maghreb. Secondo Przedziecki, nella sua opera “Il destino dei levrieri ” l’occupazione francese nel Maghreb che inizio’ nel 1830 si è limitata, per diversi anni, alle regione costiere dove i francesi scoprirono un levriero che si chiamava  all’epoca Sloughi.Verso la fine del XIX° secolo, spostandosi verso il sud  trovarono un levriero diverso, ugualmente chiamato Sloughi. Il Generale Daumas, amministratore militare ed esploratore francese, rimase impressionato dalla bellezza dei levrieri del deserto, che egli giudicava molto superiori a quella dei levrieri di Tell che si vedevano arrivare in Europa. Nel libro “I cavalli del Sahara”, Daumas descrive i levrieri del deserto con i seguenti termini: “Il suo mantelloè fulvo, egli è grande, con un muso appuntito, una fronte larga, delle orecchie corte e un collo muscoloso: i muscoli del posteriore sono ugualmente molto sviluppati. Non ha ventre, le membra secche, tendini ben disegnati, garretti presso il suolo, la parte inferiore delle zampe piccola e secca, il palato e la lingua nera, il pelo molto dolce. Lo scarto tra le ossa iliache dovrà essere di quattro dita e la cima della coda dovrà poter passare sotto i glutei e arrivare all’osso dell’anca.” Questo cane potrebbe assomigliare ai levrieri che  erano presenti nei dintorni di Marrakech, ma non esiste sfortunatamente nessuna rappresentazione di questo tipo sahariano che ci permetterebbe di conoscere esattamente la sua figura. Una incisione splendida è visibile in un opera svizzera titolata “Die Hunde Afrikas” (I cani d’Africa), scritta alla fine del XIX° secolo da uno specialista di cani che risponde al nome di Max Siber, che contesta la descrizione di Daumas. L’incisione rappresenta un levriero che Siber descrive come uno Sloughi frangiato, che dice si trovava presso gli arabi del deserto intorno a Tlemcen in Algeria, oltre che in Arabia. Siber cita un altra fonte tedesca, “Die Zeitschrift fuer Ethnologie” (Giornale di etnologia), che afferma che lo Sloughi frangiato è presente tra gli arabi di tutto il Maghreb, in primis a sud-ovest di Beled-el-Machsin mentre non se ne avvistavano tra i berberi. A oggi, nessuna indicazione di cosa è successo a quei levrieri frangiati è reperibile, ma secondo Przezdziecki, lo sloughi ha consciuto a partire da questa epoca un declino drastico in tutto il Maghreb. Si attribuisce questo fenomeno alla siccità persistente che ha obbligato i nomadi ad uscire dal deserto per diventare stanziali, cambiando cosi’ il loro stile di vita in modo drastico, non lasciando più spazio allo Sloughi. Si sostiene da più parti che le regioni sahariane del Marocco siano state l’ultimo vero avamposto degli Sloughi puri, quasi tutti con un colore del mantello nero o comunque molto scuro, descritti come “identici ai levrieri di Siria e di Giordania“. Un veterinario marocchino, il Dr. Ali Miguil, che redisse il suo dottorato sullo Sloughi nel 1986, cita diverse altri fattori del suo declino, notoriamente l’utilizzo di armi da fuoco per la caccia, la minor densità di selvaggina, l’urbanizzazione delle popolazioni e il divieto alla caccia con levriero. Il divieto (ora regolamentato) era il risultato di una devastante legge imposta dai coloni francesi nel 1844, che ha avuto conseguenze negative importanti. La legge disponeva che i levrieri non potevano che essere utilizzati per la guardia al bestiame. Il risultato di questa anomalia ha fatto si che gli agricoltori/cacciatori uccidessero i loro levrieri, a quel punto da compagnia e guardia,  per utilizzare altri cani non-levrieri per la caccia allo sciacallo o alle lepri. La diminuzione del numero di Sloughi ha avuto poi l’effetto secondario di creare seri problemi agli allevatori nel reperire soggetti per l’accoppiamento, nel tentativo di mantenere pura la razza. che utilizzarono quello che era disponibile per le loro femmine e se i cuccioli avevano segni caratteristici dello Sloughi venivano chiamati sloughis. sloughibella (2)Se dall’incrocio uscivano cuccioli con evidenti anomalie somatiche venivano chiamati barhush. Come scrisse il Dott. Miguil, era necessaro avere cani sufficientemente rapidi e forti per fermare uno sciacallo e non si preoccuparono troppo delle apparenze. In questo contesto, Sir Terence Clark si reco’ in Marocco e in Tunisia nel 1992, cercando di capire la situazione della razza.  In Marocco Terence visse due anni all’inizio del 1960 e dunque sapeva orientarsi molto bene ed aveva familiarità con la lingua. In quel viaggio si intrattenne con il Presidente del Club marocchino dello Sloughi, con due veterinari marocchini conoscitori di sloughi nelle diverse regioni del paese. Venne alla luce che che intorno al 1965, il numero degli Sloughi in Marocco si era ridotto a 210 esemplari. Grazie poi ad alcuni allevatori ed appassionati della razza si fecero molti sforzi per salvaguardare questo splendido levriero. Dalla metà degli anni ’80, una manifestazione sullo Sloughi (Moussem) si svolge annualmente in diverse regioni del paese, nel corso della quale diverse ricompense in soldi sono rimesse agli allevatori il cui levriero ha vinto sul ring. La principessa Ruspoli ha giocato un ruolo predominante in questa rinascita, riunendo nei suoi canili, appena fuori Marrakech, nella valle di Ourika, i più bei esemplari di razza che trovo’ nei suoi innumerevoli ed estenuanti viaggi in giro per il reame. La principessa Ruspoli mori’ negli anni ’90, lasciando in eredità i suoi cani al Dott. Miguil. L’effetto globale di questi sforzi negli ultimi quarant’anni ha visto l’aumento degli Sloughi in maniera esponenziale, preservandolo dall’estinzione. In Algeria il veterinario francese Bernard Giudicelli, presento’ la sua tesi di dottorato con uno studio dettagliato dello Sloughi sul territorio a metà degli anni ’70. Esiste poi una copia di un film girato nel 1989 per la televisione algerina sullo Sloughi titolato “Pour la survie” (Per la sopravvivenza). Il film presenta in dettaglio la situazione particolare dello Sloughi nella tradizione araba e le sue qualità di cacciatore. Una bellissima scena vede un cacciatore a cavallo cacciare uno sciacallo con una muta di Sloughi. Il film deplora il declino disastroso dello Sloughi e l’instabilità del paese sicuramente non giova ancor oggi alla razza. Tornando al Marocco, è usanza tra i cacciatori utilizzare l’henné per rinforzare la pelle dei cuscinetti plantari prima della caccia o trattare ferite che i cani si procurano durante le batture di caccia. Alcuni ornano con l’henné anche il corpo dell’animale con diversi motivi tra cui la mano di Fatima, considerata un potente anti malocchio. L’applicazione dell’henné è un lungo processo; la radice della pianta viene fatta seccare e tritata diventando cosi’ una polvere verde che viene poi mescolata con dell’acqua, per ottenere una pasta morbida. Viene poi applicata sui cuscinetti plantari che vengono bendati e inseriti in sacchetti di plastica per conservare l’umidità. Nelle campagne, gli Sloughi  vengono alimentati semplicemente con pane, semola e legumi mentre da giovani è fornita loro una integrazione di uova e latte. Nel mantenimento l’olio di oliva diventa un elemento fondamentale della loro dieta. Nella caccia la descrizione di Daumas è ancora attuale: all’età di 3/4 mesi si inizia con i ratti del deserto poi a 5/6 mesi viene fatto conoscere al cucciolo la lepre, poi giovani gazzelle (dove ne esistono ancora) ed a partire da  un anno si lancia il cane negli spazi aperti, per dare sfogo alla sua innata, atavica  e spettacolare caccia.